Uno dei problemi più grandi di sanità pubblica che sta affliggendo il sistema sanitario mondiale, e che impatterà con ancora più forza nei prossimi decenni, riguarda l’antibiotico resistenza.
E in questo articolo vediamo cos’è e da dove nasce, i superbatteri più minacciosi e come contribuiscono alimentazione e ambiente a peggiorare questa condizione. Perché purtroppo oltre all’antibiotico-resistenza dovuta all’abuso dei farmaci per le terapie mediche, esiste anche quella indotta dall’ambiente per la contaminazione di acqua e alimenti.
Antibiotico Resistenza, una condizione che rischia di diventare la prossima catastrofe sanitaria globale
La pandemia da Covid-19 ci ha ricordato quanto siamo fragili di fronte ad alcuni accadimenti che neanche la scienza riesce a prevedere. O almeno, non nella forma e nella misura in cui evolvono. Rispetto al problema della resistenza agli antibiotici abbiamo già un quadro molto chiaro.
Solo in Europa, questa condizione nel 2018 ha causato 33mila morti, con un primato italiano che ne conta 10.000 (e che supera addirittura i 3334 morti per incidenti stradali).
Nel prossimo futuro, la situazione potrebbe diventare davvero drammatica: la Review on Antimicrobial Resistance ha stimato, infatti, che nel 2050, nel mondo, le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti all’anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 milioni), diabete (1,5 milioni) o incidenti stradali (1,2 milioni), con una previsione di costi che supera i 100 trilioni di dollari.
Antibiotico Resistenza, da dove nasce e come si sviluppa
Facciamo un passo indietro, ai primi anni del ‘900, quando Alexander Fleming scopre il primo antibiotico, noto con il nome penicillina, dopo aver osservato una coltura batterica inibita da una coltura contaminata da una muffa, il Penicillium notatum.
Durante la seconda guerra mondiale, la forte richiesta di antibiotici porta allo sviluppo di processi produttivi su larga scala della penicillina, segnando così l’inizio dell’era degli antibiotici.
Da quel momento si diffonde l’idea che saremmo riusciti a sconfiggere gran parte delle malattie infettive. Purtroppo, però così non è stato e oggi paghiamo l’abuso indiscriminato di antibiotici, anche per infezioni non batteriche.
I batteri che resistono agli antibiotici
Lo aveva già previsto anche Alexander Fleming, che la tendenza di un batterio a resistere ad un antibiotico è un normale processo evolutivo.
I batteri, infatti, mostrano un genoma plastico capace di adattarsi alle diverse condizioni ambientali per favorire la sopravvivenza del germe in un ambiente ostile e in continua evoluzione.
Sotto pressione selettiva da parte di una molecola antibiotica, il germe si adatta sviluppando delle tecniche per poter sfuggire all’effetto del farmaco.
Una modalità, attraverso la quale un batterio resiste ad un antibiotico, è mediante l’espressione di enzimi che degradano il farmaco inibendone l’effetto battericida.
Una delle classi di enzimi più frequentemente riscontrate nei laboratori di microbiologia clinica sono le beta-lattamasi che comprendono le penicillinasi, cefalosporinasi e carbapenemasi, tutti enzimi capaci di scindere gli antibiotici più comunemente utilizzati.
Si noti che gli antibiotici carbapenemici sono dei veri e propri salvavita. Somministrati solamente in ambiente ospedaliero, sono l’ultima linea di trattamento di patogeni multi-resistenti.

Purtroppo, la resistenza anche nei confronti di questa classe di farmaci è inevitabile. E il problema più grave è che questi super-batteri si trasmettono soprattutto in ospedale ad altre persone, che quando si ammalano non riescono a guarire nonostante la somministrazione di massicce dosi di antibiotici.
I super-batteri, i germi più pericolosi che causano infezioni letali
Tra i germi più minacciosi che destano maggiore preoccupazione c’è la Klebsiella Pneumoniae, un germe che in ambito ospedaliero resiste alla gran parte dei farmaci disponibili, e che causa infezioni delle vie urinarie, polmoniti e infezioni del sangue con conseguente morte del paziente.
Per dare l’idea della gravità del problema, per poter fronteggiare questi super-batteri è stato reinserito nella pratica clinica un vecchio antibiotico scoperto negli anni 50, poi accantonato a causa dei suoi effetti tossici sull’organismo: la colistina.
La colistina è un farmaco che attualmente mostra ancora una buona efficacia anche nei confronti dei batteri multiresistenti e il suo uso è raccomandato solamente nei casi di effettiva necessità, per evitare che si sviluppi resistenza nei confronti anche di questo farmaco salvavita.
Purtroppo negli USA e in Asia è stato isolato un gene, conosciuto come Mcr-1, capace di indurre resistenza anche alla colistina modificando la struttura biochimica di superficie del batterio.
Questi microrganismi si trasmettono attraverso le mani degli operatori sanitari, procedure mediche invasive, ferite o contatto con dispositivi medici infetti.
I reparti più esposti al rischio contagio ed epidemie da patogeni multiresistenti sono le terapie intensive, reparti caratterizzati da pazienti in condizioni critiche e con un sistema immunitario indebolito.
Per controllare la diffusione del batterio si esegue uno screening con un tampone rettale a tutti i pazienti dei reparti più a rischio come rianimazione, oncologia, trapianti ecc. La positività allo screening comporta un immediato isolamento del paziente colonizzato per evitare la possibile diffusione del patogeno nel reparto.
In che modo l’alimentazione e l’ambiente possono contribuire all’antibiotico resistenza?
Purtroppo, come premesso, oltre all’antibiotico-resistenza dovuta all’abuso dei farmaci per le terapie mediche, esiste anche quella indotta dall’ambiente per contaminazione di acqua e alimenti.
Si stima che il 70% della produzione industriale di antibiotici sia destinata all’uso veterinario, con lo scopo di evitare focolai infettivi causati dalle scarsissime condizione di igiene tipiche degli allevamenti intensivi, ma anche per velocizzare lo sviluppo dell’animale.
Infatti, attraverso una modificazione del microbiota intestinale si sfrutta l’effetto obesogeno degli antibiotici che, decimando i bifidobatteri, predispongono all’obesità.
La conseguenza è il costante rilascio nell’ambiente di questi farmaci e un’assunzione continuativa di piccole dosi di antibiotici mediante il consumo di carne, uova e acque contaminate che favorisce una pressione selettiva capace di indurre un adattamento dei microbi all’antibiotico.

In conclusione
Quello dell’antibiotico resistenza è uno dei maggiori problemi di sanità pubblica che ci troviamo attualmente ad affrontare, e che mostrerà il suo risvolto più drammatico nel prossimo futuro con un numero di decessi che supereranno quelli causati dal cancro.
Quindi, è assolutamente necessario mettere in pratica delle misure urgenti di prevenzione atte a ridurre la pressione selettiva che determina le modificazioni adattative che rendono vana la funzione della molecola chemioterapica.
A tal proposito, la ricerca scientifica sta apportando delle innovazioni per migliorare le procedure diagnostiche che permettono di distinguere i casi effettivamente legati ad un’infezione batterica, che potrebbero avvalersi dell’utilizzo dell’antibiotico, da quelli che non necessitano di un trattamento farmacologico.

